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11 Gennaio 2006
Vitigno trebbiano di Lugana
" TURBIANA " È il nome con cui verrà identificato in futuro il vitigno trebbiano di Lugana. Perchè l'han dimostrato scientificamente: il vitigno che si coltiva nella Lugana è un autoctono di lusso, che attecchisce solo lì, a sud del Garda. Dunque ha diritto a definizione autonoma, mica di generico richiamo alla varietà del trebbiano. Pensare che lo stesso disciplinare di produzione del bianco di Lugana - la doc è del '67, preistoria della viticoltura italica - parla di "trebbiano di Soave, localmente denominato trebbiano di Lugana". Agli agronomi d'oggi sembra una bestemmia. Ma ci son voluti quasi quarant'anni a far chiarezza. Poi, restano ancora lati oscuri. O quanto meno dai contorni sfumati. Esempio: quando si parla di Lugana, s’ha da farne menzione al maschile o al femminile? Maschile è il vitigno di trebbiano, ma femminile è il nuovo appellativo di turbiana. Mascolino è il vino: il Lugana. Femminea - ma è femmina scontrosa - è la terra su cui la vigna fruttifica: la Lugana, un po’ veneta, un po’ lombarda, fra Peschiera, Sirmione, Desenzano, Pozzolengo, Lonato. Lì, a meridione del Benaco, prima delle colline depositate dai ghiacci millanta secoli fa, è tutta argilla. D’estate, in giorni di calura, si spacca a crepe profonde. Al primo acquazzone fluidifica, è quasi palude, ci si affonda al ginocchio. Non è per niente facile coltivar vigneti da queste parti. «Chi ha terra in Lugana crede d'essere un signore ma s'inganna», si diceva prima che arrivassero alberghi e residence. «Quantunque siano possessioni ampie e spaziose, rendono una miseria in rapporto agli altri terreni della Riviera», scriveva verso la metà del Settecento il canonico Dionisi a proposito della zona. Perché allora la Lugana era ancora palude, acquitrino. Una sola coltivazione ha passato i secoli in Lugana: quella del trebbiano luganista, alias turbiana. Che ha dato vini bianchi sì, ma che sembrano quasi rossi che si son travestiti, tant'è forte il carattere, impressionante la longevità. «Bevi il tuo Lugana giovane, giovanissimo e godrai della sua freschezza. Bevilo di due o tre anni e ne godrai la completezza. Bevilo decenne, sarai stupefatto dalla completa autorevolezza»: lo diceva Gino Veronelli, maestro di critica enologica. Proprio vero: se vi riesce a trovarla, provate a stappare una bottiglia di Lugana del ’96 (abbiamo provato di recente di quell'anno I Frati di Cà dei Frati e Il Rintocco della Maragona: eccellenti) e vi renderete conto che la complessità di toni minerali e fruttati non è tipica solo dei Riesling franco-tedeschi, degli Chablis, dei bianchi di Monrachet. Anche in Italia ce n'è qualcuno, fra i bianchi, che regge il tempo in bellezza. Il Lugana è uno di queste eccezioni che fan la gioia dei bianchisti. Che permette loro di levarsi signore soddisfazioni di fronte agli stuoli di bevitori che pontificano che «il vino è solo rosso». Invece no: il vino va bevuto quand'è buono, e i grandi bianchi son buoni da giovinetti e anche da anziani. Tant'è che da poco in Lugana s'è fatta una scommessa: convocati alcuni giornalisti del vino, s'è chiesto di testare alcuni bianchi del posto e d'individuare quali mettere in parte per riassaggiarli in tre anni. Quelli selezionati dovranno non solo essersi ben conservati, ma addirittura farsi trovar migliorati. Curiosi di sapere com'è andata? Presto detto: nelle case da far invecchiare un triennio ci son finiti il Lugana Riserva del Lupo 2003 di Cà Lojera, il Lugana Superiore 2001 della stessa azienda, il Lugana Superiore Vigna di Catullo 2003 della Tenuta Roveglia, il Lugana Molceo 2003 di Ottella e il Lugana Superiore Fabio Contato 2003 di Provenza. Come la pensiamo? Che ’sto quintetto fra tre anni farà faville. Nessun dubbio. Oppure la prova fatela voi. Comprando qualche bottiglia oggi e mettendola da parte (al buio, al fresco, all'umido, coricata, senza odori: così si conserva un vino). Avete a disposizione, tra l'altro, un'annata grandiosa fra i bianchi lombardo-veneti: quella del 2004, vini che, se ben fatti e ben tenuti, durano almeno dieci anni. Obiezione: ma così rischio di buttar via soldi. In parte vero, come in ogni scommessa. Ma potreste anche trarne piacevolissime sorprese. Con un vantaggio: il Lugana è sì un gran vino, ma - vi confidiamo un segreto, e non ditelo troppo in giro - ha ancora piccoli prezzi. Per cinque euro nelle cantine si trovano cose notevoli. Cercatele, prima che se n'accorgano fuori dai confini luganisti.
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LE CANTINE SALTON : UN MARCHIO TREVIGIANO CHE SI FA ONORE IN BRASILE
“ Il vino è un prodotto nobile che non terminerà mai e la vocazione della nostra famiglia è sempre stata quella di farlo bene”. Questo, in buona sintesi, è quanto ci ha detto Antonio Salton, nipote del nonno Antonio Domenico arrivato a Bento Goncalves , giunto da Cison di Valmarino, nel lontano 1878 e nipote dello zio Paolo che , nel 1910 è stato il fondatore di quella cantina che si stendeva al nostro sguardo meravigliato. Un complesso imponente, ingentilito da una facciata a copia palladiana che incute un senso strano di inedito e quasi inverosimile.
Questa è la “ storia” attuale di gente trevigiana partita da un lontanodi miserie e di nulla, passata attraverso indicibili condizioni di lavoro e approdata al successo grazie all’indole forte e intuitiva che la distingue . E’ stato il bisnonno a piantare le prime viti, appena arrivato. Ed è da pensare che se le fosse portate appresso. Ma , la ditta vera e propria, è sorta soltanto nel 1910 e il posto scelto per collocarla è stato quello in cui ci troviamo: la simpatica città di Bento, nel cuore della Serra Gaucho, uno scenario perfetto per i vini di qualità che richiama moltissimo i colli del valdobbiadenese. E’ localizzata a 125 chilometri da Porto Alegre, tra valli e montagne e conserva nelle sue radici le tradizioni e i costumi legati agli immigrati italiani.Ma non sempre è stato così. “Quando Domenico Antonio ha comprato il terreno con una casa di legno di fronte ad una chiesa, la più grande, quella Matrice di S.Antonio che sembrava schiacciarla, il vino era lavorato appena per uso proprio della famiglia. “ , ci dice ancora Antonio. Il bisnonno morì, ma l’opera fu continuata dalla vedova e dai figli Paolo , Luigi, Antonio, Giovanni, Francesco, Angelo, Cesare e Giuseppe. Gli affari si svilupparono al punto da rappresentare a tutt’oggi la cantina del Sud America che è seconda soltanto ad un pool di cantine Argentine che ultimamente si sono messe assieme. Sono 30.000 i metri quadri di area costruita, 20 milioni di chili di uva all’anno che viene lavorata: ibrida americana , riesling italico, prosecco, cabernet, merlot ecc. 800 metri sono occupati da un modernissimo laboratorio analisi, 16 mila i contadini che lavorano i lotti della riforma agraria di cui moltissimi che portano l’uva, 120 sono i dipendenti stabili. Sono stati scambiate esperienze con Conegliano e si sente dalla finezza aromatica del prosecco, ma a fare “furori” è anche il Teroltego Veneto. Esportano in tutto il mondo con qualche difficoltà in Europa e soprattutto in Italia dove vigono normative di protezione. Insomma, una potenza produttiva “trevigiana” che ha introdotto e orientato in Brasile questa nobile e millenaria bevanda fino a far diventare Bento Goncalves la “ capitale brasiliana del vino” . E si vede: l’ingresso della città è annunciato da una porta fatta a botte, in centro c’è una fontana con zampilli di vino rosso, una delle maggiori chiese è fatta incredibilmente a botte, con l’altare , il pulpito e la borsa per le elemosine, costruiti anch’essi con il soggetto fisso del contenitore vinicolo per eccellenza.
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